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Economia Editoriali Politica

Crescita e programmi, l’alibi siculo

Il presidente della Bce, Draghi, e il ministro Padoan
Il presidente della Bce, Draghi, e il ministro Padoan
di Sandro Roazzi Per l'Ue nel 2017 è stimata al 2,2%, per l'Italia all'1,5%. Restiamo quindi tra i vagoni di coda e la fine graduale del Qe, con l'aumento dei tassi di interesse da parte della Bce per un Paese con il debito pubblico come il nostro potrebbe rappresentare un duro colpo. I mercati sono pronti ad aggredire i Paesi più deboli come l'Italia, da parte delle forze politiche servirerebbero dibattiti seri e programmi credibili ma vengono sfornati solo diversivi chiacchiere. Tutti gli occhi sono puntati sulle elezioni in Sicilia, ma sarebbe meglio guardare in altre direzioni per evitare una possibile tempesta. L'alibi siculo potrebbe costarci caro

di Sandro Roazzi

Nel 2017 crescita in Europa al 2,2% secondo la Bce, con lʼinflazione allʼ1,5%. Basta comparare questa previsione con quella del Pil allʼ1,5% magnificata per lʼItalia per comprendere la reale distanza fra il ritmo della ripresa nel vecchio Continente e da noi. Lʼinflazione, sostiene Draghi, si avvicinerà al fatidico 2%, ma è una marcia lenta che fa affiorare altre preoccupazioni, prima fra tutte quella dellʼapprezzamento dellʼeuro che potrebbe…limare le unghie ai progressi economici delle aree forti dʼEuropa e porre la Bce di fronte ad un passaggio stretto. La prudenza per ora prevale e fornisce altro tempo alla attenta regia di Mario Draghi, ma è chiaro che ad ottobre soprattutto la Germania in clima elezioni vorrà indicazioni precise sul termine del Qe (Quantitative easing), dopo la inondazione di liquidità a tassi inchiodati. A quel punto è probabile che riprenderà quota la volontà politica degli Stati e si capirà ad esempio quanto reggerà, e come, il rapporto franco-tedesco e quanto spazio di manovra ci sarà per i Paesi come il nostro, condizionato dal peso esorbitante del debito pubblico.
Sarebbe utile che lʼItalia desse prova di quella forza politica che manca soprattutto a causa della qualità penosa del confronto fra i partiti, evitando di sprofondare nel qualunquismo pre elettorale per dedicare più attenzione e qualche idea al compito che Draghi prima e Padoan dopo hanno illustrato senza ambiguità: rafforzare i pilastri strutturali della crescita. Quindi programmi e non …propaganda.

Ma quando i nodi conseguenti alla fine della politica monetaria attuale verranno al pettine ci si chiederà inevitabilmente come abbiamo trascorso questi mesi sorretti dallʼala protettiva della Bce. Se, in altre parole, abbiamo sostanzialmente vivacchiato senza mettere sufficiente…fieno
in cascina per il tempo nel quale si dovrà tornare a camminare con le proprie gambe. E sarebbe bene non fare…scena muta. Anche sul versante dei tweet. Certo, la Bce studierà un percorso di rientro graduale, ma questo non potrà essere usato come alibi per rinviare la…resa dei conti.
Ecco perché ci sono buoni motivi per nutrire preoccupazioni nei confronti di quanto accad nei prossimi mesi. La gara a dipingere rosa il presente potrebbe anche essere interrotta bruscamente, con il ritorno ad una realtà assai meno…poetica.

è ancora tempo, però, per concentrare gli sforzi su alcune direttrici di sviluppo che garantiscano la tenuta della nostra economia. E cʼè ancora tempo per un confronto a più voci non incentrato su convenienze spicciole, ma su progetti di medio periodo. Non cʼè invece tempo per restare ancora alla finestra. Anche perché lo scenario internazionale non invoglia gli ottimismi. Lo stesso Draghi potrebbe vedere venir meno fra non molto un operato della Fed che gli ha concesso margini di azione non irrilevanti, se Trump cambierà il vertice. E la finanza certamente osserva lʼevoluzione della situazione pronta ad anticipare gli eventi a danno dei più deboli. Insomma, la nostra sorte non si decide in Sicilia ma su terreni assai più impegnativi per tutti e…senza rete.