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Economia UMBRIA

Cna: un nuovo Patto per l’Umbria

Un momento della presentazione del rapporto nella sede della Cna Umbria
Un momento della presentazione del rapporto nella sede della Cna Umbria
Presentato da Cna Umbria il rapporto su 10 anni di crisi: la ripresa è in atto, ma ci vorranno anni per recuperare il terreno perso: Pil -14,6%, investimenti -35%, consumi -8%, disoccupazione raddoppiata. L'Umbria prima è scesa più della media, ora cresce meno della media e così si allontana sempre più dalla media nazionale, scivolando sempre più verso il Sud. Servono nuove politiche. Le proposte concrete di Cna

Un patto per l’innovazione e la giustizia sociale in Umbria, perché se è vero che la ripresa è in atto, per tornare ai livelli pre-crisi ci vorranno anni. Troppi se pensiamo che in gioco c’è la tenuta sociale della regione”.

Renato Cesca, presidente di Cna Umbria, commenta così il quadro emerso dall’indagine presentata questa mattina alla stampa. La ricerca, condotta in collaborazione con il centro studi Sintesi, ha indagato gli effetti di 10 anni di crisi in Umbria.

I risultati dello studio – ha proseguito Cesca -, con la consueta crudezza dei numeri, ci dicono che è il momento per provare a riannodare i fili di una società completamente trasformata, cercando di creare un nuovo senso di comunità, un primo passo per ridefinire una nuova identità della nostra regione quale passaggio imprescindibile per creare un nuovo modello di sviluppo. Ecco perché secondo noi occorre un patto per l’innovazione e la giustizia sociale in Umbria, puntando sull’innovazione delle imprese, sulle competenze professionali, sulle infrastrutture, creando opportunità per i giovani e portando avanti la lotta alle povertà, perché le eccessive disuguaglianze possono facilmente trasformarsi in ingiustizie sociali. Non tutti i problemi si possono risolvere a livello locale, ma molto spesso le soluzioni arrivano dal territorio” partendo dal basso, dai problemi reali delle imprese, dei lavoratori, dei giovani e delle famiglie”.

La ricerca, illustrata da Alberto Cestari del centro studi Sintesi, ha messo in evidenza che negli ultimi dieci anni l’Umbria ha perso il 14,6% del Pil, il 35% degli investimenti e l’8% dei consumi. Sul fronte occupazionale si devono recuperare ancora circa 7mila posti di lavoro, anche se la disoccupazione è aumentata di oltre 24mila unità essendosi aggiunte le persone in cerca di lavoro, soprattutto donne. “Tuttavia – ha commentato Cestari – i dati alla fine del 2014 erano molto più drammatici. A partire dal 2015 l’economia è tornata a crescere: il Pil è aumentato del 3,2% in due anni, l’occupazione ha ricominciato a salire, soprattutto lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, il cui numero complessivo è tornato ai livelli del 2007. Riduzioni sensibili si sono registrate invece tra gli occupati a tempo determinato e soprattutto tra i lavoratori autonomi. Ciò che preoccupa di più è che negli anni della crisi l’Umbria ha perso più della media nazionale ed ora cresce meno dell’Italia”.

In sostanza, l’Umbria dal 2000 al 2007 è cresciuta, ma ha perso posizioni rispetto alla media nazionale in quanto ha avuto una crescita inferiore, poi dal 2009 al 2015 è stata colpita dalla recessione in maniera assi più forte della media italiana, mentre dal 2015 è tornata a crescere ma lo fa sempre meno del dato medio nazionale. In questo modo, come avviene ormai da 15 anni, l’Umbria scivola sempre più verso il Sud, come testimonia il fatto che, in termini di Pil per abitante, dal 2015 è stata superata dall’Abruzzo.

Sul versante delle imprese si sono perse oltre 3mila unità, passando dalle oltre 83mila del 2007 alle attuali 80mila. Sono diminuite soprattutto le imprese della manifattura, delle costruzioni e dei trasporti, mentre sono aumentate sensibilmente quelle che operano nei servizi tradizionali e innovativi.

Il settore più sofferente è stato quello dell’artigianato, ma in termini percentuali le imprese di grandi dimensioni sono diminuire maggiormente, registrando una riduzione del 6,8%. Infatti, dopo questo decennio terribile, le micro e piccole imprese continuano a rappresentare il 95,4% dell’imprenditoria umbra.

L’unico settore in cui il Pil è cresciuto costantemente è stato il turismo, che ha registrato un +8%, facendo da volano all’aumento delle imprese di alloggio e ristorazione. Risultati eccellenti si sono avuti anche nelle esportazioni, cresciute del 38%, specialmente nei settori Made in Italy (meccanica, agroalimentare, moda e arredo casa). Ma anche in questo caso il dato umbro è inferiore a quello medio nazionale.

Nell’economia del futuro – ha affermato Roberto Giannangeli, direttore di Cna Umbria -, a fare la differenza saranno i saperi e l’innovazione e questi non dipendono dalla dimensione d’impresa ma dalla qualità delle persone che vi lavorano. Ecco perché secondo noi si deve puntare sulle piccole imprese, al cui interno si trovano competenze enormi. Non siamo all’anno zero, diverse cose sono state fatte bene, ma le sfide che ci attendono sono molte, a cominciare dall’integrazione tra manifattura tradizionale e digitale per riavvicinare le piccole imprese al mercato globale, dall’internazionalizzazione del territorio per incrementare il turismo, dalla velocizzazione della ricostruzione post sisma per fare ripartire l’area del cratere al più presto, senza dimenticare la creazione di nuove infrastrutture, tra cui il nodo di Perugia e il collegamento con l’alta velocità. Tante piccole imprese stanno tornando a fare investimenti – ha continuato Giannangeli -: si usino le risorse dei fondi europei per creare strumenti ad hoc per queste aziende, per troppo tempo messe in difficoltà anche dal razionamento del credito bancario. Così come per valorizzare le risorse umane riteniamo opportuno rivedere l’organizzazione e le azioni dedicate alla formazione professionale”.

Da destra Roberto Giannangeli e Renato Cesca
Da destra Roberto Giannangeli e Renato Cesca

In questi anni – ha concluso Cesca – i piccoli imprenditori insieme ai lavoratori hanno sofferto pesantemente gli effetti di una crisi provocata da altri. Ciò nonostante l’imprenditoria diffusa è ancora un punto di forza del sistema economico regionale: basterebbe prenderne atto e fare scelte consequenziali. Purtroppo non è sempre stato così”.